Libri della Bibbia: Lettera ai Romani

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Titolo

Il titolo della lettera è riconducibile ai primi destinatari di questo scritto, vale a dire i membri

della chiesa di Roma, capitale dell’Impero romano (1: 7).

Autore e data

La lettera ai Romani è indiscutibilmente attribuibile a Paolo. Come il suo omonimo, il primo re d’Israele (Paolo era il nome greco dell’apostolo; il suo nome ebreo era Saulo), anch’egli apparteneva alla tribù di Beniamino (Fl 3: 5).

Egli era inoltre cittadino romano (At 16: 37; 22: 25).

Paolo nacque a Tarso (At 9: 11), un’importante città (At 21: 39) della provincia romana della Cilicia situata in Asia Minore (l’attuale Turchia), all’incirca nello stesso periodo in cui nacque Cristo, e trascorse buona parte della sua giovinezza a Gerusalemme come allievo dell’illustre rabbino Gamaliele (At 22: 3).

Come suo padre prima di lui, Paolo era un fariseo (At 23: 6), membro della fazione giudaica più fondamentalista (cfr. Fl 3: 5).

Dopo la miracolosa conversione avvenuta sulla via di Damasco (33-34 d.C. ca), dove si dirigeva per arrestare i cristiani locali, l’apostolo iniziò immediatamente a proclamare il messaggio del vangelo (At 9: 20).

Fuggito fortunosamente da Damasco (At 9: 23-25; 2 Co 11: 32-33), si recò nell’Arabia nabateana, a sud e a est del Mar Morto (Ga 1: 17-18), dove rimase per tre anni.

Fu in quel periodo che ricevette l’essenza della sua dottrina come rivelazione diretta dal Signore (Ga 1: 11-12).

Paolo fu, più d’ogni altro, l’artefice della diffusione del cristianesimo nell’Impero romano.

Egli compì tre viaggi missionari attraverso buona parte del mondo mediterraneo, predicando instancabilmente quel vangelo che, fino a poco tempo prima, aveva cercato di soffocare (At 26: 9).

Una volta rientrato a Gerusalemme, mentre recava con sé un’offerta per i bisognosi della chiesa locale, fu falsamente accusato da alcuni Giudei (At 21: 27-29), malmenato da una folla inferocita (At 21: 30-31) e infine arrestato dai Romani.

Né Erode Agrippa, né i due governatori romani Felice e Festo avevano trovato in lui alcuna colpa; tuttavia, la pressione dei capi religiosi giudei fece sì che Paolo rimanesse sotto la custodia romana.

Dopo due anni l’apostolo esercitò i propri diritti di cittadino romano e si appellò a Cesare.

Paolo giunse a Roma dopo un viaggio tormentato (At 27–28), durante il quale dovette anche affrontare un violento fortunale che imperversò per due settimane e che infine causò il naufragio.

Dopo essere stato rilasciato, ma solo per un breve periodo durante il quale proseguì con il ministero, Paolo fu nuovamente arrestato e, infine, subì il martirio a Roma nel 65-67 d.C. circa (cfr. 2 Ti 4: 6).

Pur penalizzato nel fisico (cfr. 2 Co 10: 10; Ga 4: 14), Paolo possedeva una grande forza interiore elargitagli dallo Spirito Santo (Fl 4: 13).

La grazia di Dio si dimostrò perfettamente commisurata a ogni sua necessità (2 Co 12: 9-10), mettendo questo nobile servo di Cristo in condizione di concludere vittoriosamente la sua corsa spirituale (2 Ti 4: 7).

Paolo scrisse ai Romani mentre si trovava a Corinto, come indicano i riferimenti a Febe (Ro 16: 1; Cencrea era, per l’appunto, il porto di Corinto), a Gaio (Ro 16: 23) e a Erasto (Ro 16: 23), tutti e tre collegati a Corinto.

L’apostolo compose la lettera verso la fine del suo terzo viaggio missionario (con ogni probabilità nel 56 d.C.), mentre si disponeva a partire per Gerusalemme con un’offerta per i credenti bisognosi della chiesa (Ro 15: 25).

La grande responsabilità di consegnare questa lettera ai credenti romani fu affidata a Febe (16: 1-2).

Contesto e ambiente

Roma era la capitale e la città più importante dell’Impero romano.

Pur fondata nel 753 a.C., essa non è mai citata nella Scrittura fino ai giorni del Nuovo Testamento.

Roma sorge lungo le rive del fiume Tevere, a una ventina di km dal mar Mediterraneo.

Finché non fu costruito un porto artificiale nella vicina Ostia, il porto principale di Roma rimase Pozzuoli, distante circa 240 km.

All’epoca di Paolo la città era popolata da circa un milione di abitanti, molti dei quali erano schiavi.

Roma vantava magnifici palazzi, come il Palazzo Imperiale, il Circo Massimo e il Foro; ma la sua bellezza era offuscata dal degrado dei quartieri poveri in cui vivevano i più.

Secondo la tradizione Paolo subì il martirio fuori Roma, lungo la via Ostiense, durante il regno di Nerone (54-68 d.C.).

La chiesa di Roma fu probabilmente fondata da alcuni di coloro che si erano convertiti il giorno di Pentecoste (cfr. At 2: 10).

Paolo aveva a lungo desiderato visitare la chiesa di Roma, ma ne era stato impedito (1: 13).

La provvidenza divina ha fatto sì che, proprio grazie all’impossibilità dell’apostolo di visitare Roma, il mondo ereditasse questa lettera, capolavoro ispirato di dottrina cristiana.

In primo luogo, Paolo scrisse ai Romani per insegnare le grandi verità del vangelo della grazia a quei credenti che non avevano mai ricevuto istruzioni apostoliche.

La lettera gli dava inoltre la possibilità di presentarsi a una chiesa che non lo conosceva, ma che egli sperava di visitare presto per molteplici ragioni: edificare i credenti (1: 11), predicare il vangelo (1: 15) e conoscere i cristiani romani per riceverne incoraggiamento (1: 12; 15: 32), preghiere (15: 30) e supporto per il suo viaggio in Spagna (15: 28).

Diversamente da alcune altre lettere paoline (p. es.: 1 e 2 Corinzi, Galati), quella ai Romani non aveva lo scopo di correggere deviazioni dottrinali, né di riprendere i credenti per la loro condotta empia.

La chiesa di Roma era dottrinalmente sana, ma come tutte le chiese aveva bisogno di quella solida istruzione, dottrinale e pratica, che questa lettera offre.

Temi storici e teologici

La lettera ai Romani è fondamentalmente un’opera dottrinale; di conseguenza, essa contiene poco materiale storico, sebbene Paolo illustri i casi di alcune note figure veterotestamentarie come Abraamo (capitolo 4), Davide (4: 6-8), Adamo (5: 12-21), Sara (9: 9), Rebecca (9: 10), Giacobbe ed Esaù (9: 10-13) e il faraone, richiamando altresì alla memoria parte della storia ebraica (capitoli 9–11).

Il capitolo 16 è uno sguardo in profondità sulla natura e il carattere della chiesa del I sec., nonché dei suoi appartenenti.

Il tema generale della lettera ai Romani è la giustizia che proviene da Dio: la meravigliosa verità della grazia divina, che giustifica i peccatori, colpevoli e dannati, mediante la sola fede in Cristo.

I capitoli 1–11 presentano le verità teologiche di questa dottrina, laddove i capitoli 12–16 ne illustrano l’applicazione pratica nella vita dei singoli credenti e dell’intera assemblea.

Paolo affronta alcuni temi teologici specifici, come i principi di condotta spirituale (1: 8-15), l’ira di Dio contro l’umanità peccatrice (1: 18-32), il giudizio divino (2: 1-16), l’universalità del peccato (3: 9-20), la giustificazione per sola fede (3: 21–4: 25), la certezza della salvezza (5: 1-11), la trasmissione del peccato originale (5: 12-21), la santificazione (capitoli 6–8), la sovranità dell’elezione (cap. 9), il piano di Dio per Israele (cap. 11), i doni spirituali e l’esercizio pratico della pietà (cap. 12), la responsabilità del credente verso le autorità terrene (cap. 13) e i principi della libertà cristiana (14: 1–15: 12).

Sfide interpretative

Come massima opera dottrinale del Nuovo Testamento, la lettera ai Romani contiene naturalmente alcuni passaggi critici.

La disquisizione di Paolo sulla perpetuazione del peccato di Adamo (5: 12-21) costituisce uno dei passi teologici più profondi di tutta la Scrittura.

La natura dell’unione del genere umano con Adamo, nonché la maniera in cui il suo peccato sia ricaduto sull’umanità intera, è sempre stata oggetto di intenso dibattito.

Gli studiosi biblici sono altresì in disaccordo su 7: 7-25.

Taluni ritengono che questo brano descriva l’esperienza di Paolo come credente, altri come non credente, altri ancora gli attribuiscono una valenza meramente retorica e totalmente scevra da intenti autobiografici.

Le dottrine dell’elezione (8: 28-30) e della sovranità di Dio (9: 6-29), strettamente collegate, hanno generato perplessità in molti credenti.

Altri studiosi s’interrogano sui capitoli 9–11, mettendo in discussione che in essi si predichi un piano futuro di Dio per Israele inteso come nazione.

L’insegnamento paolino sulla sottomissione del credente alle autorità umane (13: 1-7) è stato talora ignorato in nome dell’attivismo cristiano, mentre taluni se ne sono fatti scudo per avallare la sottomissione servile a regimi totalitari.

Tutte queste sfide interpretative e altre ancora sono state affrontate nelle note ai versetti corrispondenti.

Schema del libro

  1. Saluti e introduzione (1:1-15)

    1. Indirizzo e saluti (1:1-7)

    2. I sentimenti di Paolo verso i cristiani di Roma (1:8-15)

  2. Argomento: la giustizia mediante la fede (1:16-17)

  3. La condanna: il bisogno della giustizia di Dio (1:18–3:20)

    1. L’iniquità dei pagani (1:18-32)

    2. L’iniquità dei Giudei (2:1–3:8)

    3. L’iniquità del genere umano (3:9-20)

  4. Giustificazione: il dono della giustizia di Dio (3:21–5:21)

    1. L’origine della giustizia (3:21-31)

    2. L’esempio della giustizia (4:1-25)

    3. Le benedizioni della giustizia (5:1-11)

    4. L’imputazione della giustizia (5:12-21)

  5. Santificazione: la manifestazione della giustizia di Dio (6:1–8:39)

  6. Riabilitazione: l’adesione di Israele alla giustizia di Dio (9:1–11:36)

  7. Attuazione: le regole della giustizia di Dio (12:1–15:13)

  8. Conclusione, saluti e benedizione (15:14–16:27)



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Testo tratto da La Sacra Bibbia con note e commenti di John MacArthur.

Staff La Casa della Bibbia

Pubblicato in: La Bibbia, La salvezza, I Libri

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