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Libri della Bibbia: Esodo

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Titolo

La LXX e la Vulgata assegnano il titolo “Esodo” a questo secondo libro di Mosè poiché la partenza di Israele dall’Egitto ne è il fatto storico dominante (12:37; 19: 1).

Nella Bibbia ebraica l’incipit “E (oppure “ora”) questi sono i nomi” costituiva il titolo del libro.

La congiunzione “e” (o l’avverbio “ora”) del titolo ebraico indica che questo libro doveva essere accettato come la naturale continuazione di Genesi, il primo libro di Mosè.

Ebrei 11: 22 elogia la fede di Giuseppe che, sul letto di morte (1840 a.C. ca),

fece menzione dell’“esodo” dei figli d’Israele, sopraggiunto 350 anni dopo (1445 a.C. ca).

Autore e data

La paternità mosaica di Esodo è incontestabilmente affermata.

Mosè seguì le istruzioni di Dio e “scrisse tutte le parole del SIGNORE” (24: 4), che comprendevano almeno:

  • la battaglia con Amalec (17: 14);

  • i “dieci comandamenti” (34: 4, 27-29);

  • il “libro del patto” (20: 22–23: 33).

Altre testimonianze dell’opera di redazione compiuta da Mosè si trovano sparse qua e là nel Pentateuco: Mosè è definito colui che “mise per iscritto le loro marce, tappa per tappa” (Nu 33: 2) e che “scrisse questa legge” (De 31: 9).

L’Antico Testamento conferma l’autorità mosaica delle parti menzionate sopra (vd. Gs 1: 7-8; 8: 31-32; 1 R 2: 3; 2 R 14: 6; Ne 13: 1; Da 9: 11-13; Ml 4: 4).

Il Nuovo Testamento contribuisce citando Esodo 3: 6 come parte del “libro di Mosè” (Mr 12: 26), assegnando Esodo 13: 2 alla “legge di Mosè”, definita anche “legge del Signore” (Lu 2: 22-23), attribuendo Es 20: 12 a Mosè (Mr 7: 10), attribuendo la legge a Mosè (Gv 7: 19; Ro 10: 5) e con la specifica dichiarazione di Gesù secondo la quale Mosè aveva scritto di lui (Gv 5: 46-47).

In un periodo imprecisato dei 40 anni in cui ricoprì l’incarico di guida d’Israele, assunto all’età di 80 anni e concluso all’età di 120 (7: 7; De 34: 7), Mosè scrisse il secondo dei suoi cinque libri.

Più esattamente, ciò avvenne dopo l’esodo e ovviamente prima della morte sul monte Nebo, nelle pianure di Moab.

La data dell’esodo colloca la composizione dell’opera nel XV sec. a.C.

Le Scritture pongono il quarto anno di regno di Salomone, quello in cui egli diede inizio alla costruzione del tempio (966/965 a.C.), 480 anni dopo l’esodo (1 R 6: 1), stabilendo quindi per quest’ultimo la data del 1445 a.C. Iefte osservava che, a suoi tempi, Israele possedeva Chesbon da 300 anni (Gc 11: 26).

Calcolando gli anni che precedono e seguono questa data intermedia e tenendo conto dei diversi periodi di oppressione straniera, dei giudici e dei regni, delle peregrinazioni nel deserto e dell’entrata e conquista di Canaan sotto Giosuè, tale data è confermata e il conteggio totale degli anni ammonta a 480.

Inoltre le Scritture collocano l’arrivo di Giacobbe e della sua famiglia in Egitto (1875 a.C.) 430 anni prima dell’esodo (12: 40).

Questo pone Giuseppe all’interno di quella che gli archeologi hanno chiamato la XII dinastia, durante il “medio regno” della storia egiziana, e di conseguenza Mosè e gli ultimi anni di schiavitù d’Israele in Egitto durante la XVIII dinastia o periodo del “nuovo regno”.

Inoltre l’incarico di Giuseppe come viceré di tutto l’Egitto (Ge 45: 8) esclude che abbia operato sotto gli Hyksos (1730–1570 a.C. ca), gli invasori stranieri che dominarono l’Egitto durante un periodo di confusione, ma che non ebbero mai il pieno controllo del paese.

Si trattava di una popolazione eterogenea di razza semitica che introdusse il cavallo, il carro e l’arco composto.

In seguito questi strumenti di guerra resero possibile il loro allontanamento dall’Egitto.

Contesto e ambiente di Esodo

L’Egitto della XVIII dinastia, durante la quale si situa la drammatica partenza di Israele, non fu un periodo fragile e oscuro della storia egiziana, né politicamente né economicamente.

Tutmose III, p. es., il faraone dell’oppressione, è stato chiamato il “Napoleone dell’antico Egitto”, il sovrano che allargò l’influenza egiziana ben al di là dei suoi confini naturali.

Si tratta della dinastia che, più di un secolo prima, durante il regno di Amose I, aveva espulso i re hyksos e ripreso il controllo dello sviluppo economico, militare e diplomatico del paese.

Al tempo dell’esodo la nazione era forte, non debole.

Mosè, nato nel 1530 a.C. (nel 1445 a.C. aveva 80 anni), “fu istruito in tutta la sapienza degli Egiziani” (At 7: 22), mentre viveva alla corte dei faraoni Tutmose I e II e della regina Atshepsut, durante i suoi primi 40 anni di vita (At 7: 23).

Visse in esilio volontario fra i madianiti durante il regno di Tutmose III per altri 40 anni (At 7: 30) e ritornò, su ordine di Dio, per essere guida d’Israele durante i primi anni di regno di Amenhotep II, il faraone dell’esodo.

Dio utilizzò sia il sistema didattico egiziano che l’esilio in Madian per preparare Mosè a rappresentare il suo popolo davanti a un faraone potente e a guidarlo attraverso il deserto della penisola del Sinai durante gli ultimi 40 anni di vita (At 7: 36).

Mosè morì sul monte Nebo all’età di 120 anni (De 34: 1-7), castigato da Dio per l’ira e la mancanza di rispetto dimostrate in una particolare occasione (Nu 20: 1-13).

Mosè vide la terra promessa da lontano, ma non vi entrò mai.

Secoli dopo apparve ai discepoli sul monte della trasfigurazione (Mt 17: 3).

Temi storici e teologici

Nel momento scelto da Dio, l’esodo segnò la fine di un periodo di oppressione per i discendenti di Abraamo (Ge 15: 13) e l’inizio dell’adempimento della promessa del patto concluso con il patriarca: i suoi discendenti non solo avrebbero abitato la terra promessa, ma si sarebbero anche moltiplicati e sarebbero diventati una grande nazione (Ge 12: 1-3, 7). Lo scopo del libro si può esprimere in questo modo: raccontare la rapida crescita dei discendenti di Giacobbe dall’Egitto fino alla nascita della nazione teocratica nella terra promessa.

Al momento opportuno, sul monte Sinai e nelle pianure di Moab, Dio diede anche agli Israeliti l’ordinamento giuridico, la legge, di cui avevano bisogno per poter vivere in Israele come popolo di Dio.

Per questo motivo essi si distinguevano da tutte le altre nazioni (De 4: 7-8; Ro 9: 4-5).

Gli Israeliti appresero per rivelazione divina la sovranità, la maestà, la bontà, la santità, la grazia e la misericordia del loro Signore, unico e solo Dio dei cieli e della terra (vd. in particolare Es 3, 6, 33–34).

Il racconto dell’esodo e altri importanti avvenimenti che lo seguirono furono anche oggetto di nuove importanti rivelazioni bibliche (cfr. Sl 105: 25-45; 106: 6-27; At 7: 17-44; 1 Co 10: 1-13; Eb 9: 1-6; 11: 23-29).

Sfide interpretative

L’assenza di qualsiasi resoconto egiziano sulla devastazione prodotta in Egitto dalle dieci piaghe e sulla sconfitta dell’armata del faraone al mar Rosso non devono dare adito al dubbio che il racconto non sia storicamente autentico.

La storiografia egiziana non permetteva che venissero redatti resoconti di difficoltà o di sconfitte vergognose dei faraoni.

Nella narrazione della conquista sotto Giosuè, le Scritture elencano distintamente tre città che Israele sconfisse e diede alle fiamme (Gs 6: 24; 8: 28; 11: 11-13).

Ma la conquista doveva consistere nell’invasione e occupazione di una proprietà virtualmente intatta, non in una guerra mirata alla distruzione.

La data dell’avanzata di Israele in Canaan non sarà confermata, perciò, dalla ricerca di strati inceneriti alla base delle rovine di città costruite successivamente.

Nonostante l’assenza di qualsiasi racconto extrabiblico della schiavitù di Israele, delle piaghe, dell’esodo e della conquista, le prove archeologiche sono a sostegno di una datazione antica.

Tutti i faraoni del XV sec., p. es., persero interesse per la realizzazione di opere nel basso Egitto.

Questi progetti, ovviamente, erano accessibili a Mosè nella regione del Delta, nei pressi di Goscen.

Il significato tipologico del tabernacolo offre molti spunti di riflessione.

Gli ingegnosi collegamenti tra ogni arredo e ogni materiale della costruzione e Cristo possono apparire molto interessanti, ma se le testimonianze e i richiami neotestamentari non giustificano tali collegamenti e tipologie, allora si impone la cautela ermeneutica.

La funzionalità della struttura del tabernacolo e la bellezza dei suoi arredi sono certe, tuttavia ricercarvi significati e simbolismi nascosti è eccessivo.

Per sapere in quale misura il sistema sacrificale e liturgico del tabernacolo (e delle sue parti) sia una prefigurazione dell’opera redentrice del futuro Messia, è necessario consultare quei brani del Nuovo Testamento che trattano l’argomento.

Schema del libro

  1. Israele in Egitto (1:1–12:36)

    1. L’esplosione demografica (1:1-7)

    2. L’oppressione sotto i faraoni (1:8-22)

    3. La preparazione di un liberatore (2:1–4:31)

    4. Il confronto con il faraone (5:1–11:10)

    5. I preparativi per la partenza (12:1-36)

  2. Israele in cammino verso il Sinai (12:37–18:27)

    1. L’uscita dall’Egitto: il panico (12:37–14:14)

    2. L’attraversamento del mar Rosso: la gioia (14:15–15:21)

    3. Il viaggio verso il Sinai: i mormorii (15:22–17:16)

    4. L’incontro con Ietro: l’istruzione (18:1-27)

  3. Israele accampato al Sinai (19:1–40:38)

    1. La prescrizione della legge di Dio (19:1–24:18)

    2. La descrizione del tabernacolo di Dio (25:1–31:18)

    3. La profanazione del culto di Dio (32:1-35)

    4. La conferma della presenza di Dio (33:1–34:35)

    5. La costruzione del tabernacolo di Dio (35:1–40:38)


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Testo tratto da La Sacra Bibbia con note e commenti di John MacArthur


Staff La Casa della Bibbia

 

Pubblicato in: La Bibbia, I Libri

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