La Bibbia e la sua interpretazione

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“Ogni protestante diventa papa, con una Bibbia in mano”.

Questo aforisma del poeta e scrittore Nicolas Boileau (1636-1711) a proposito della Riforma protestante è una critica pungente non priva di costrutto.

Permettere a ogni credente di avere accesso alle Sacre Scritture è un atto di fedeltà al progetto di Dio per l’umanità.

Ma solleva ben presto la questione della loro interpretazione.

A tale riguardo, la critica cattolica di quest’affermazione è giustificata?

Il protestante è davvero un piccolo papa che non si sottomente a nessun’altra autorità che non sia quella della propria personale interpretazione del testo biblico?

Per rispondere a questa domanda si rilevi in primo luogo che l’analisi di Boileau è pertinente sotto l’aspetto dell’esistenza di numerose interpretazioni, soprattutto contemporanee, della Bibbia.

In breve possiamo ricordare che l’ermeneutica (la teoria e la tecnica dell’interpretazione dei testi antichi) classica postula che ogni testo ha un significato e soltanto uno.

Tramite l’ermeneutica si cerca dunque di ritrovare il significato originale definendo il pensiero e le intenzioni dell’autore.

Quest’ultimo è sovrano del messaggio che porge.

Evitare interpretazioni sterili della Bibbia

A partire dal 19° secolo, e soprattutto nel 20° secolo, l’autore biblico si è ritrovato a poco a poco espropriato del proprio testo mentre il lettore è divenuto, per così dire, depositario del suo significato.

In realtà questa tendenza non è nuova.

Le letture allegoriche della Scrittura proposte da Filone d’Alessandria già nel primo secolo sono un esempio di una prima presa di potere del lettore nei confronti dello scrittore.

Ma è dal 20° secolo che questo tipo di lettura si è imposto nel campo dell’ermeneutica.

Troviamo numerose “letture” (cioè interpretazioni) della Scrittura:

  • la lettura psicanalitica
  • quella marxista
  • quella della teologia della liberazione
  • la lettura femminista
  • quella culturale
  • quella africana...

Troppe interpretazioni confondono la chiarezza del messaggio.

Possiamo vedere che la comprensione del messaggio è falsata dalle differenti prospettive dei lettori.

L’orientamento che si vuole imporre alla Bibbia non è più quello dello scrittore biblico e, di conseguenza, dell’Autore divino che lo ha ispirato.

Le conseguenze per la chiarezza del messaggio sono state disastrose.

Pur senza fare capo all’ermeneutica classica, l’analisi del testo si presenta oggi molto più rispettosa nella ricerca del progetto letterario dell’autore.

Spunto di riflessione

“Credere all’inerranza della Bibbia serve a ben poco quando non si sappia interpretarla. E in quanto all’interpretazione, essa comporta l’applicazione alle realtà della vita contemporanea”.
James I. Packer (1926), Revue Réformé 197, p. 8

Attenersi all’interpretazione classica non significa essere ingenui: bisogna riconoscere che ogni lettore, per quanto rigoroso e saggio, vede attraverso delle “lenti” (cultura, età, sesso, carattere, cultura, esperienze personali ecc.) che ne orientano la lettura.

Attenersi all’interpretazione classica non significa neppure essere ottimisti: diversi passi biblici sono obiettivamente difficili da interpretare e, quindi, da comprendere.

Attenersi al significato univoco del testo (quello che corrisponde all’intenzione dell’autore) significa riconoscere che, a prescindere dai rischi o dalle difficoltà, ciò che Dio mi vuole dire è più importante di ciò che penso io.

Ciò che conta è accostarsi al testo biblico con umiltà e rispetto, permettergli di operare in noi, lasciandoci continuamente plasmare e rimettere in discussione.

L’opera di Dio in noi

In realtà si tende troppo spesso a dimenticare che tutto inizia con l’opera di Dio in noi.

Senza la meravigliosa opera dello Spirito non vi sarebbe alcun modo di comprendere.

Quanti studiosi leggono la Bibbia senza intenderne il significato e l’importanza mentre tante anime semplici capiscono il vangelo, credono nel suo messaggio e ottengono la salvezza!

Sulla bocca dei “professionisti” della Bibbia (pastori, catechisti, biblisti, ecc.) sentiamo talvolta affermazioni stravaganti quali: “Cerco di rendere la Bibbia più viva”.

Come se la Parola vivente e permanente di Dio (1 Pietro 1:23) avesse bisogno di essere animata!

Come se il potente soffio di Dio avesse bisogno di un mantice!

Siamo piuttosto noi, peccatori ciechi e morti, ad aver bisogno di essere vivificati (vd. Efesini 2:1-10).

Quando scrive che “la lettera uccide ma lo Spirito vivifica” (2 Corinzi 3:6) Paolo non contrappone la Bibbia allo Spirito bensì opera una distinzione tra la giustificazione mediante la legge (antico patto) e la giustificazione per fede (nuovo patto).

Oltre a essere, per mezzo degli scrittori umani, il vero autore della Bibbia, lo Spirito Santo agisce in noi per farci leggere, comprendere e vivere ciò che Dio ci dice.

Questa è ciò che noi chiamiamo “l’illuminazione dello Spirito Santo”, quella che rischiara il nostro cuore, la nostra mente e la nostra volontà per far penetrare la Parola di Dio in noi.

Lo Spirito di Dio maneggia perfettamente la sua spada, ossia la sua Parola (vd. Efesini 6:17).

Nelle sue mani essa è “vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalla midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. E non v’è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto” (Ebrei 4:12-13).

È quindi facile comprendere l’importanza cruciale di leggere la Bibbia pregando, in umiltà e in ubbidienza allo Spirito Santo.

Abbiamo bisogno della sua testimonianza esterna (la Bibbia) e della sua testimonianza interna (la sua “illuminazione”) per comprendere ciò che Dio ci vuole dire.

Spunto di riflessione

“È possibile conoscere la Parola di Dio senza conoscere il Dio della Parola”.
Rick Warren+ (1954), Bible Study Methods, Zondevan, 2009, p. 16

“Non è un libro che si lasci leggere senza suscitare una reazione.
Come Parola di Dio, la Bibbia esige una risposta da noi.
Anche quando non l’abbiamo capita del tutto, ciò che abbiamo già compreso dovrebbe essere sufficiente per “istradarci”.
Quanto più ci addentriamo nella Bibbia, tanto meglio riusciremo a conoscere il Dio della Bibbia.
Qui non si tratta di migliorarsi per essere degni dell’amore di Dio bensì di mettersi in ascolto di un Dio che già ci ama e che aspetta una risposta da noi”.
MaBible.net, Sociéte Biblique de Genève V29

Il discernimento responsabile del lettore

Affidarsi all’opera dello Spirito Santo non significa riposare sugli allori pensando che “se fa tutto lui, io posso anche dormire”.

Nel suo piano Dio prevede, piuttosto, che noi impieghiamo tutte le facoltà di cui ci ha fatto dono e le mettiamo al servizio della sua Parola.

La volontà di chi legge la Bibbia deve essere quella di penetrare il significato del testo lasciandosi costantemente giudicare da questo e non viceversa.

La chiave per l’approccio ideale al testo biblico è riassunta mirabilmente in Proverbi 1:7: “Il timore del Signore è il principio della scienza”.

  • Nell’interpretare la Bibbia non bisogna screditare la ragione, come se Dio si rivelasse unicamente nell’irrazionale o nell’ineffabile o come se fosse troppo grande e perfetto perché si possa dire alcunché al suo riguardo. È lui che sta parlando a noi!

  • Allo stesso tempo, non bisogna fare della ragione il metro assoluto e trascendente con cui decidere a cosa si può credere e a cosa non si deve credere. Questa sarebbe idolatria!

Tra questi due pendii scoscesi esiste un sentiero sicuro: quello che consiste nel sottomettere la propria ragione alla Scrittura.

Questo è ciò che il teologo francese Auguste Lecerf (1872-1943), perfettamente in linea con il pensiero dei riformatori, denominava “l’uso della ragione ragionata”, vale a dire l’uso della ragione in sottomissione e ubbidienza all’oggetto di studio, la Parola di Dio.

Alcuni principi fondamentali

In pratica, come si fa?

Possiamo suggerire sei accorgimenti semplici e utili.

Naturalmente non hanno alcuna pretesa di completezza ma possono salvaguardare il lettore dall’incorrere in interpretazioni errate della Bibbia.

1. Attenzione ai presupposti

Interpretare la Bibbia significa ricordare continuamente che essa è Parola ispirata da Dio e, come tale, del tutto affidabile.

Se nutriamo dei preconcetti, dobbiamo prenderne atto e non stancarci mai di deporli ai piedi del Signore.

Chi ha vissuto sulla propria pelle un’immane tragedia potrebbe avere delle difficoltà ad accettare la dottrina della piena sovranità di Dio, non riuscendo ad ammettere che Dio possa esserne, seppure indirettamente, l’autore.

Qualcun altro potrebbe non riuscire ad accettare l’insegnamento biblico sul ruolo della donna nel matrimonio e nella chiesa perché si è sentito rifiutato o è stato vittima di atteggiamenti sessisti, molestie o abusi sessuali.

Qualcun altro ancora potrebbe avere delle difficoltà nel mettere in pratica la grazia e il perdono essendo cresciuto in un ambiente legalista e arido.

A tutti costoro il Signore chiede di abbandonare i preconcetti e di lasciarsi trasformare mediante la potenza della sua Parola.

2. Attenzione all’analogia della fede

Interpretare la Bibbia significa impiegare “l’analogia della fede”.

Adottando tale principio ermeneutico risalente all’epoca di Giovanni Calvino si cerca di illuminare i passaggi oscuri della Bibbia mediante quelli chiari.

Parlare di “analogia della fede” significa, infatti, estendere alla dottrina quanto è stato detto circa la traduzione (vd. p. 169): come un vocabolo ha senso soltanto nel contesto in cui è inserito così anche una determinata dottrina ha senso soltanto nel contesto dell’intera Bibbia.

Conseguenza indiretta: non si cercherà di costruire una teoria assoluta partendo da un testo di difficile interpretazione bensì si cercherà di inserire quest’ultimo in una gerarchia di dottrine conformi alla Scrittura stessa.

Per esempio, è logico pensare che quello della risurrezione di Gesù sia un articolo di fede più importante rispetto a quello del regno millenniale di Cristo, poiché quasi tutte le pagine del Nuovo Testamento fanno riferimento alla prima mentre il secondo è menzionato una sola volta come dottrina (Apocalisse 20).

3. Attenzione al genere letterario e al contesto

Interpretare la Bibbia significa tener conto della natura dei suoi testi nonché delle diversità dei suoi autori e dei generi letterari adottati.

Nella Bibbia troviamo testi di narrativa (ossia delle storie: Esodo, 1 Samuele e alcuni passi dei Vangeli), legislazione (Levitico o Deuteronomio), poesia (Salmi), didattica (vale a dire di insegnamento: ad es. le lettere di Paolo), apocalittica (alcuni passi dei libri profetici e, naturalmente, l’Apocalisse) ecc.

Ne consegue che:

  1. l’interpretazione letterale non è sempre la scelta migliore.
    Perfino l’interprete più fondamentalista dovrà convenirne.
    Nessuno, infatti, crede che Dio sia una roccia o una rupe soltanto perché in alcuni Salmi è scritto che Dio è “la mia rupe, in cui mi rifugio” (ad es. Salmo 18:2).
    Tutti capiscono, infatti, che si tratta di una metafora con cui si vuole indicare la forza, la stabilità e la permanenza di Dio.
    Come nessuno crede che il sole si infili le scarpe da ginnastica e faccia jogging da un’estremità all’altra dei cieli (vd. Salmo 19:6)!
    Tutti capiscono che si fa semplicemente riferimento al percorso apparente del sole nel cielo;

  2. occorre operare una distinzione fra i testi didattici (ossia dottrinali, d’insegnamento) e quelli narrativi (ossia i racconti, i testi in cui si narra una storia).
    Quando si cerchi una sintesi dottrinale occorre dare la priorità ai testi didattici piuttosto che a quelli narrativi.


Questo non significa che i racconti e le storie della Bibbia non abbiano nulla da insegnarci bensì che la dottrina ha la priorità sulla narrativa.

I testi descrittivi vanno interpretati alla luce dei testi didattici e non viceversa.

Perché? Perché quando leggiamo una storia siamo noi a trarne degli insegnamenti, una morale, con tutti i rischi d’errore che tutto ciò comporta.

Alcune storie della Bibbia si interpretano da sole perché sono seguite da un commento esplicativo, ma non tutti gli eventi descritti sono accompagnati da un commento; occorre, dunque, prestare molta attenzione.

In cambio, non si corrono seri rischi di fraintendere gli insegnamenti che si trovano nei passi didattici, dove l’insegnamento è più diretto.

Cerchiamo di illustrare questa regola con qualche esempio:

  • In due differenti occasioni Luca riferisce che i primi cristiani vendevano gran parte dei loro beni e ridistribuivano le proprie ricchezze secondo i bisogni della comunità ( Atti 2 :44-45; 4 :32-35).
    Tale fu la condotta della Chiesa primitiva.
    Di conseguenza molti altri gruppi cristiani hanno cercato di vivere la medesima esperienza.
    Ma qui Luca ci vuole forse dire che tale condotta dovrebbe essere la norma per tutti i cristiani e che tra i cristiani non dovrebbe esistere il concetto di proprietà privata?
    Alcuni ne sono convinti, nondimeno sembra più opportuno ricavare da tale informazione una lezione sulla generosità.
    I cristiani devono essere generosi e preoccuparsi delle necessità altrui, cosa che non escluderebbe, talvolta, una presa di posizione radicale.

  • Nel Vangelo di Giovanni (13:4-5) leggiamo che Gesù lavò i piedi a suoi discepoli.
    Questo significa che tutti i cristiani devono fare lo stesso?
    In senso letterale?
    Non si dovrebbe piuttosto intendere che il Signore ci invita a metterci al servizio dei nostri fratelli e delle nostre sorelle?
    La lavanda dei piedi aveva una rilevanza e un preciso significato ai tempi di Gesù ma al giorno d’oggi è lecito pensare che tale passo non inviti i cristiani occidentali a ripetere necessariamente quello stesso gesto.

  • Dobbiamo tenere in considerazione l’unità ma anche la diversità degli scrittori del Nuovo Testamento.
    Talvolta gli autori usano giochi linguistici ed espressioni differenti.
    Uno ha una particolare predilezione per una certa espressione, un altro descriverà la medesima realtà con termini diversi.
    È necessario dunque verificare che i due autori intendano designare la medesima realtà con linguaggi diversi.
    Un esempio: nei Vangeli sinottici si incontra spesso la locuzione “il regno di Dio”.
    Ciò corrisponde al messaggio stesso della predicazione di Gesù.
    Tuttavia questa espressione si incontra raramente nel Vangelo di Giovanni, in cui l’evangelista sembra preferirle l’espressione “la vita eterna” (Giovanni 3:14-16).
    Non bisogna, pertanto, saltare alla conclusione di trovarsi di fronte a un contrasto fra evangelisti: si può affermare lo stesso concetto ricorrendo a espressioni differenti.


4. Attenzione ai diversi stadi della rivelazione

Interpretare il testo biblico significa considerare il fatto che la Bibbia contiene una rivelazione progressiva: la figura di Dio si delinea in modo molto più chiaro dopo la lettura dell’intera Bibbia (dalla Genesi all’Apocalisse) che dopo la lettura della sola Genesi.

L’apostolo Pietro ne sapeva più di Mosè e, per quanto possa sembrare sorprendente, oggi noi ne sappiamo più di Pietro!

Occorre pertanto leggere i testi dell’Antico Testamento alla luce dei testi più recenti del Nuovo Testamento.

E, in particolare, alla luce del Cristo. In pratica, ciò significa che occorre tenere conto del Testamento in cui si trova il testo in esame!

5. Attenzione a non voler fare tutto da soli

Interpretare il testo biblico significa riconoscere che non siamo gli unici cristiani al mondo, né da oggi né, tanto meno, dal primo secolo dell’era corrente.

Per contrastare la nostra tendenza a considerarci dei piccoli papi con la Bibbia in mano (vd. p. 171) sarà importante leggere la Bibbia nella nostra comunità ecclesiale, approfittando degli insegnamenti dei pastori e dei maestri che Dio ha donato alla sua chiesa per edificarla e mantenerla nella “sana dottrina” (vd. Efesini 4:11-15).

Non si tratta di prendere per oro colato tutto ciò che viene detto dal pulpito, bensì di ascoltare con buona disposizione d’animo – Bibbia alla mano – per vedere se quanto viene predicato è coerente con gli insegnamenti della Scrittura (vd. Atti 17:11).

6. Adottare una chiave di lettura cristocentrica

Interpretare la Bibbia è, soprattutto, leggerla da una prospettiva “cristologica” ossia alla luce della persona, dell’opera e dell’insegnamento di Gesù Cristo (vd. 2 Corinzi 1:19-20).

Non dobbiamo pensare che questa sia una moda passeggera dei cristiani, i quali terrebbero “in ostaggio” la Scrittura ebraica (l’Antico Testamento).

Si tratta, in realtà, dell’insegnamento dello stesso Gesù.

Dopo la sua risurrezione egli apparve, vivo, ai suoi discepoli e spiegò loro il significato degli eventi passati:

“Queste sono le cose che io vi dicevo quando ero ancora con voi: che si dovevano compiere tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei Salmi”.
Allora aprì loro la mente per capire le Scritture e disse loro: “Così è scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risorto dai morti il terzo giorno, e che nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdono dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme.
Voi siete testimoni di queste cose”.
Luca 24:44-48
E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano.
Luca 24:27

In sostanza, cosa cambia?

Quando ci si dedichi a uno studio anche solo superficiale della Bibbia, della sua natura, del suo messaggio e della sua trasmissione si può solamente concludere che Dio voleva davvero parlarci.

E che le ha tentate proprio tutte.

Nella sua provvidenza ha fatto in modo che ogni fase del processo di comunicazione fosse sicura e che la sua Parola ci giungesse esattamente come l’aveva pronunciata.

Se voleva davvero parlarci è perché ne avevamo bisogno – un bisogno vitale – per la nostra salvezza.

Al termine del suo Vangelo, Giovanni riassume così il suo obiettivo:

Ora Gesù fece in presenza dei suoi discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro; ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.
Giovanni 20:30-31

Queste parole riassumono in modo esemplare il messaggio della Bibbia: Dio ci parla affinché riponiamo la nostra fiducia soltanto in Gesù e affinché, così facendo, siamo salvati per l’eternità.

La sua Parola ha viaggiato per secoli per farci arrivare questo meraviglioso messaggio.

Rinnoviamo senza timore la nostra fiducia nella Parola, facendo nostre due belle massime di altrettanti giganti della fede:

La chiesa di Dio è un’incudine su cui devono spezzarsi ancora molti martelli.
Teodoro di Beza (1519-1605)
La Scrittura è come un leone. Chi ha mai sentito che qualcuno difese un leone? Lasciala libera, e si difenderà da se stessa.
Charles H. Spurgeon (1834-1892)

La Bibbia: Approfondimenti


Tratto da Fede Consapevole
Pubblicato in: La Bibbia

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