L’esistenza di Dio e la sua rivelazione

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Per iniziare potremmo riconoscere la nostra incapacità di vedere tutto ciò di cui conosciamo, o immaginiamo, l’esistenza.

C’erano una volta un astronauta russo e uno specialista russo del cervello che cominciarono a discutere di religione. Lo specialista era cristiano, l’astronauta no.

“Sono stato molte volte nello spazio”, si vantava l’astronauta, “ma non ho mai visto né Dio né gli angeli”.
“E io ho operato molti cervelli intelligenti”, rispose lo specialista, “ma non ho mai visto un pensiero”.
Jostein Gaarder, Il mondo di Sofia, Longanesi & C., 1994, p. 247

Nel contesto della fede cristiana ogni affermazione su Dio si basa su una fonte specifica: la Bibbia. E questo per un motivo ben preciso: affinché l’essere umano – limitato, finito – possa conoscere Dio – illimitato, infinito, totalmente “altro” – è necessario che questo Dio gli si riveli.

Un presupposto biblico

In primo luogo occorre riconoscere che la Bibbia non cerca di dimostrare Dio. Ne afferma l’esistenza come un fatto incontestato. Dio è, vive, agisce.

E questo è tutto.

Per esistere, Dio non ha bisogno delle nostre prove: Dio è.

D’altronde, il Dio onnipotente ed eterno darebbe prova di gran debolezza se sentisse il bisogno delle nostre conferme sulla sua esistenza...

Forse la vera domanda da porsi è: “Ma noi siamo certi della nostra esistenza?”

Se Dio non esistesse non esisteremmo neanche noi!

Nel contesto in cui è stata scritta la Bibbia l’esistenza del divino non è mai messa in discussione. In tale contesto ci si poteva forse interrogare circa l’identità del vero Dio rispetto a quella degli altri – falsi – dèi, non certo sulla sua esistenza.

Lo stolto ha detto in cuor suo: “Non c’è Dio”.
Salmo 14:1

Ricordiamo, inoltre, che non è possibile dimostrare Dio secondo i criteri comunemente adottati per dimostrare l’esistenza della materia, di un fenomeno o di un processo naturale.

Dio non si può osservare come si osserverebbe una molecola, né spiegare come si spiegherebbe un ragionamento intellettuale.

E questa, di per sé, è una buona notizia. Perché?

Perché se fosse possibile dimostrare Dio alla stessa stregua di qualsiasi altro elemento del nostro mondo creato (tempo, spazio, molecola...), ciò significherebbe che Dio non è troppo dissimile dal mondo che ha creato.

Infatti, è proprio con la distinzione tra Creatore e mondo creato che si spiega la nostra impossibilità di dimostrare Dio come un qualsiasi altro elemento o fenomeno del nostro mondo.

Così, il fatto che Dio non sia fenomenico nel nostro sistema è addirittura un dettaglio rassicurante per la nostra fede.

Tuttavia, benché Dio non sia scientificamente dimostrabile, noi possiamo essere certi della sua esistenza grazie alle “impronte” che ha lasciato nel nostro mondo e nella nostra vita.

Infatti, non è detto che il Dio invisibile non si manifesti nelle azioni, queste, sì, visibili.

Sono queste le tracce, gli indizi dai quali possiamo capire che Dio si è rivelato e continua a farlo.

Dio si rivela essenzialmente per mezzo delle Scritture (la Bibbia), di suo Figlio e dello Spirito Santo che egli dona a quanti credono in lui.

Senza dubbio la traccia più evidente è la realizzazione delle profezie relative alla venuta di suo Figlio, Gesù Cristo, di cui il Nuovo Testamento attesta l’esistenza, la vita e le opere.

Vi sono, dunque, prove sufficienti da indurci a credere nel Dio della Bibbia ma non tali da non richiedere, da parte nostra, un certo apporto di fede.

Il Dio unico è frutto di un’evoluzione?

Talvolta ci si chiede se il monoteismo (dottrina che afferma l’esistenza di un solo Dio) non sia una semplice evoluzione intellettuale del politeismo (la credenza in una molteplicità di dèi).

Tale assunto, oggetto di una questione tuttora aperta, viene spacciato per un vero e proprio dato di fatto: i suoi assertori ritengono che Dio sia semplicemente una proiezione della mente umana e, dunque, un’illusione.

In generale, possiamo definire la religione come una ricerca di Dio che parte dal basso, ossia dal mondo: gli esseri umani immaginano un sistema divinizzato in funzione di quello che sperimentano sulla terra.

Sopraffatti da una vasta gamma di emozioni (amore, coraggio ecc.), forze, pulsioni (il destino, l’erotismo ecc.) ed elementi naturali (acqua, fuoco, sole ecc.), gli uomini si fabbricano delle divinità legate a tali elementi.

Quindi si vengono a creare molti personaggi che sono, di fatto, personificazioni delle forze presenti nel nostro mondo.

Questo è il politeismo. L’evoluzione del politeismo si chiama enoteismo: si tratta di un sistema in cui una delle molte divinità prende il sopravvento sulle altre.

Ecco che l’uomo inizia ad adorare un dio supremo, ma continua a venerare anche gli altri dèi.

Spunto di riflessione

E dobbiamo ricordare ancora una volta che tutta la costruzione dell’uomo areligioso moderno è basata esclusivamente su questa assimilazione tra cristianesimo e religione.
Oggi si continua a ripetere come un mantra che il cristianesimo non è una religione ma che è addirittura il contrario di una religione.

La Bibbia ci insegna che esiste un divario incolmabile tra la rivelazione che Dio fa di se stesso e l’elaborazione, da parte dell’uomo, di una religiosità destinata a soddisfare il suo istinto religioso, il suo bisogno di religione”.
Jacques Ellul+ (1912-1994),Les nouveaux possédés, Mille et une nuits-Fayard, 2003, p. 192

Quanto accade nella Bibbia non ha nulla a che vedere con tutto ciò. Il fatto che il Signore ordini ad Abraamo – considerato da molti il padre del monoteismo – di lasciare tutto e di partire per la terra promessa (vd. Genesi 12:1) non implica una naturale evoluzione del concetto religioso bensì una vera e propria rivoluzione.

Nella visione biblica la nostra immagine di Dio non è originata da questo mondo (se Dio fosse un parto della nostra fantasia sarebbe necessariamente un’illusione); è Dio che viene a rivelarsi a noi.

È lui che si presenta a noi come unico e incomparabile, lui che ci vieta di onorare altri dèi (questo è il primo dei dieci comandamenti, vd. Esodo 20:3).

Si consideri per un momento il contesto sincretistico (in cui si incoraggiava la tolleranza nei confronti delle diverse divinità) in cui vide la luce il concetto del Dio unico.

Ora, se si fosse semplicemente evoluto dal politeismo, il Dio biblico non avrebbe chiesto l’eradicazione dell’idolatria ma avrebbe semplicemente sottolineato la propria supremazia sugli altri dèi.

Dio, invece, vieta l’adorazione di altri dèi.

Non perché questi siano meno forti ma semplicemente perché... non esistono, sono finti! Il solo e unico Dio è il Signore, colui che non ha pari. Essendo il risultato di una rivelazione, il monoteismo biblico non è, dunque, un’evoluzione bensì una rivoluzione.

Gli autori dei testi biblici sono particolarmente sarcastici e ironici nei confronti delle divinità venerate dai loro contemporanei. In più occasioni le sfidano a dimostrare la loro esistenza e a dimostrarsi all’altezza del vero Dio adorato dai discendenti di Abraamo.

Le vostre predizioni di prima quali sono? Ditecele, perché possiamo porvi mente e riconoscerne il compimento; oppure fateci udire le cose future.

  • Annunciateci quel che succederà più tardi e sapremo se siete degli dèi; sì, fate del bene o del male, affinché noi lo vediamo e lo consideriamo assieme. Ecco, voi siete niente, l’opera vostra non vale nulla. È una cosa abominevole scegliere voi! - Isaia 41:22-24
  • Così parla il Signore, re d’Israele e suo Redentore, il Signore degli eserciti: “Io sono il primo e sono l’ultimo, e fuori di me non c’è Dio”. Isaia 44:6
  • Gli idoli sono come spauracchi in un campo di cocomeri, e non parlano; bisogna portarli, perché non possono camminare. Non li temete! Perché non possono fare nessun male, e non è in loro il potere di fare del bene. Non c’è nessuno pari a te, Signore. - Geremia 10:5-6

Si può anche notare che una delle cause della caduta dei due regni d’Israele fu l’idolatria, ossia l’adorazione di altre divinità in luogo del Dio d’Israele, e il suo inevitabile corollario di immoralità (vd. 2 Re 17:7-12).

Se si fa fede al testo biblico, si noterà che i figli d’Israele hanno sempre avuto la tendenza ad adorare falsi dèi e si sono sempre trovati costretti a combattere tale inclinazione.

Pertanto essi tendevano, piuttosto, ad abbandonare il monoteismo per il politeismo. Difficile, dunque, considerare il monoteismo come un’evoluzione del politeismo!

Estratto da Fede Consapevole - PAG.25,26, 34-36

Pubblicato in: Dio

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